der erste Betonmischer

la prima betoniera non si scorda mai.

ho pensato questo quando ieri carlo ha ricevuto la sua prima betoniera, l’affascinante oggetto che tutti i bambini* amano, seme gettato per un futuro prossimo da umarell.

quando ha visto la sua prima betoniera, l’ha toccato con quelle manine svelte ed eleganti e poi, per verificare che il regalo fosse davvero da gradire, l’ha addentata: piccolo megalomane, ti vuoi mangiare una betoniera, ho pensato.

il 3 dicembre di un anno fa, per il mio compleanno, abbiamo visto per la prima volta il profilo del nostro bambino. era una bella giornata di sole e siamo usciti dall’ambulatorio della ginecologa con un sorriso incredulo, quello di chi non è sorpreso ma ha finalmente capito cosa sta per succedere, forse. abbiamo festeggiato con un hamburger che avremmo rimangiato di nuovo solo alla 39esima o 40esima settimana, dopo l’ultima ecografia dalla dottoressa. abbiamo camminato fino a casa, godendoci tutta la luce possibile – fuori e dentro di noi.

i mesi della gravidanza, se guardo indietro, mi sembrano un ricordo lontano. bellissimi giorni di amore per sé stessi, coccole, ansie e sogni. se penso ai primi mesi da mamma, mi sembrano ancora più impalpabili: riguardo le foto di quei giorni e non riesco a ricollegare momenti precisi, solo emozioni travolgenti, stanchezza fisica e sorprese a ciclo continuo.

mi piacerebbe riuscire a raccontare con costanza quello che succede giorno per giorno. vorrei mettermi nella condizione, un domani, di rileggere parole che descrivono le prime bolle di carlo fatte con la bocca, la prima risata nel sonno, il sorriso del suo papà che si è accorto che sta spuntando non uno, bensì due dentini!

mi piacerebbe avere, per ogni giorno trascorso, una foto in più ma anche una in meno. una in più pensando al futuro e una in meno per godersi l’attimo in corso.

no, non è malinconia per un passato vicino. è piuttosto la consapevolezza di un presente splendente da guardare che corre a velocità stratosferica: mentre dorme, mentre muove le gambine senza pausa, mentre prova la prima carota, mentre sorride con le guancine rosse.

la prima betoniera non si scorda mai. adesso è parcheggiata qui, tra i cuscini del letto, in attesa che il suo addentatore si svegli dal pisolino.


*la mia balorda statistica riguarda solo bambini maschi.

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ein Wunder

quando è nato carlo ho pensato di aver capito perché le mamme amano tanto i propri figli.

credevo di aver capito che tutto dipendesse dal fatto che è così tribolato il processo della nascita da rendere il tuo bambino preziosissimo fin da subito: per averlo hai percorso 9 mesi con piccoli o grandi acciacchi, hai modificato il tuo modo di vivere, hai affrontato il parto – con paura o con naturalezza ma comunque con del dolore.

una delle prime sere che carlo ha dormito nel letto con noi, quando l’ho visto nel cuore della notte mi sono chiesta chi fosse. in fin dei conti un figlio – anche se lo aspetti e te lo immagini da un po’ – compare all’improvviso tra te e il tuo compagno, divide e unisce, nessuno dei due lo conosce. ma tu che sei la mamma, devi avere a che fare con lui un po’ di più: questo piccolo ancora sconosciuto ti sveglia la notte, ti tortura i capezzoli, ti urla nelle orecchie – anche se le prime urla sono così dolci che pensi siano una melodia.

nelle prime ore in cui io e carlo siamo stati soli a casa, ci siamo svegliati ascoltando “wonderful life” di Black. una mattina durante la gravidanza felix aveva preparato la colazione e questa musica usciva dalla cucina, così ho pensato che per carlo fosse una buona presentazione della sua famiglia, che ha chiaramente un debole per gli anni ’80.

capire che si è diventate mamme non è una cosa immediata, non credo che lo sia per tutte. è un ruolo nuovo, un lavoro nuovo, e come tutti i nuovi impieghi bisogna prenderci la mano. ti tieni stretta al sedile di un treno che corre veloce e senza destinazione precisa, ma resti incantata ogni giorno dalle meraviglie che ti presenta. mi capita spessissimo di chiamare felix solo per dirgli che siamo fortunati, che è un tesoro quello che abbiamo tra le mani; mi basta guardare carlo che fa un faccino buffo (o anche un bel niente) per ritrovarmi con lo sguardo inebetito colpita da una emozione gigante.

no, non è sempre semplice rivoluzionare la propria vita, non è immediato abbandonare i propri egoismi. e poi bisogna affrontare i fiumi di rigurgiti dei primi mesi, sperare che la lavatrice non ti abbandoni mai, abituarsi alle occhiaie. bisogna pensare a cosa fare del divano non appena il bambino smette di sbavare: forse bruciarlo?
non è nemmeno semplice imparare a dire che non ce la fai, liberare pensieri che nessuno vuole sentire da una mamma, come ammettere che è difficile essere 24 ore su 24 disponibile per qualcuno.

ma sapete una cosa? si riesce a fare tutto, solo diversamente. si riesce a vedere gli amici, a sentirli anche se una volta in meno. si può uscire, magari macchiati di vomito, e farcela anche a mangiare la pizza; ci si continua a lavare, anche se le docce sono più brevi. ci si continua a divertire, addirittura senza bere, e si può sempre leggere il quotidiano, anche se è lì che ti aspetta da un mese.

si ha sempre qualcuno a cui pensare e che probabilmente penserà a te. si impara tutto da capo, attraverso gli occhi di chi sa cosa vuol dire esercitare uno stupore perenne, di chi ti vede come tutto il suo mondo.

insomma, è semplicemente meraviglioso.

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Der Schal ist weg

La sciarpa di mio papà era di lana rossa, gialla e blu. I colori erano organizzati in tre grandi strisce perpendicolari alla lunghezza della sciarpa. Era caldissima e non pizzicava: l´alpaca del resto è una lana preziosa, come lo era questo ricordo per me.

Quando la mia relazione con Felix é passata da essere un esperimento a una cosa seria, ho avuto voglia di dare in comodato d´uso la sciarpa a lui. Non era certo una mancanza di fiducia! “Felix, non riesco a fare il gesto di regalartela, mi è troppo cara, ma vorrei che la portassi tu” e lui, biondino in quei colori primari, l’ha sempre indossata davvero bene.

Quando non eravamo ancora abituati a camminare con una fotocamera sempre in tasca, i ricordi li facevano gli oggetti e qualche foto sviluppata non sempre a fuoco.
Così quella era la sciarpa delle ultime passeggiate invernali al lago, dell’appuntamento in stazione al mio rientro da Pavia, dell’allegro stile paterno.

La berretta blu coordinata è rimasta a mia sorella e così ci siamo divise la tua assenza.

Le persone care restano anche quando non ci sono più. Restano nei nostri caratteri, in una fronte alta, in un certo senso dell’umorismo. Chi non ha mai provato un lutto importante forse non sa che, quando una persona manca da tanti anni, a volte il ricordo non è più fedele all’originale: raccontandolo (o non) si perdono pezzi, si aggiungono particolari, si creano sfumature. Si ricorda quello che si vuole ricordare: il fatto più bello o curioso, la frase sentita più volte, il ripetersi di un gesto.

Quando si eredita un oggetto però, si ha l´illusione di tornare ad essere vicini.

Così lo scorso 12 dicembre, per ricordare il giorno in cui ci hai salutati, quella sciarpa l´ho indossata io e tutte le volte che l´ho vista accomodata intorno al collo di Felix mi sono sentita ancora di più a casa.

Sabato 23 gennaio siamo partiti per Stoccarda: la sveglia ha suonato alle 5.30 e io proprio non avrei voluto abbandonare il letto. Tutta scontrosa mi sono preparata e siamo usciti imbaccuccati come due pupazzi di neve nella città ancora scura. Nessuna parola con il tassista, il minimo indispensabile tra di noi. Abbiamo parlato ancor meno quando ci siamo resi conto di essere arrivati in aeroporto davvero troppo presto. Davanti al gate, mentre la neve fuori iniziava a scendere copiosa, non ci siamo nemmeno guardati. Faceva caldissimo e lo so che Felix si è tolto la sciarpa del papà e la sua cuffia a righe perché non sopporta quelle temperature, assurde per un luogo chiuso. Ma io questo non l´ho visto, sono gesti automatici dell’inverno: togli, metti, togli, metti.
Saliamo in aereo e dopo un´ora siamo a Stoccarda. Scendiamo per ultimi e solo lì capiamo che non abbiamo tutto con noi. Mancano la sciarpa e la cuffia e a me sembra di avere perso tutto quello che avevo ancora di lui.

Lo so, non sono gli oggetti a fare una persona. Sono le azioni, le parole, la generosità che si è in grado di donare che determinano lo spazio nel cuore e nella mente di chi resta.

Eppure, quell´oggetto mi è mancato da subito tantissimo e a niente sono servite le telefonate in aeroporto, i messaggi con Michele e Miguel all´aeroporto. Nella città in cui ti fermano per dirti che hai lo zaino aperto di un millimetro, nessuno questa volta ha visto niente. Eravamo tutti assonnati, storditi dalla levataccia ma di certo qualcuno è stato sveglio e invece di portare la sciarpa agli oggetti smarriti, ha pensato bene di appropriarsi di un ricordo non suo, o peggio ancora magari di buttarlo, non sapendo che apparteneva ormai a tre persone legate insieme da un po’ di lana d’alpaca.

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die Pause

questa è bella: mi stavo per mettere a scrivere e non sapevo esattamente dove. poi mi sono concentrata e ho digitato il nome di questo blog che per tanto tempo mi ha accompagnato quasi giornalmente e oggi mi vede solo come autrice occasionale.

mi dispiace di essere sparita, soprattutto come testimone di me stessa. ho più volte pensato di mettermi a scrivere un diario fatto di carta, come una volta. ci ho pensato perché in questi mesi ho annotato parole che volevo fossero udite solo a voce e nemmeno da tutti.

mi dispiace davvero di essere diventata proprio piccola, di essermi sentita invisibile mentre venivo attraversata dalle montagne russe.

mi dispiace proprio non essermi piaciuta, di aver pensato di non essere come gli altri mi volevano. mi sono odiata per aver sottovalutato tutto quello che ho arrivando ad invidiare addirittura vite altrui che nemmeno vorrei: vite molto spesso piene di sicurezze che poi vengono fatte pagare agli altri e di successi relativi a cui non ho mai ambito.

che nervoso mi sono provocata vedendomi a testa bassa concentrata sui miei pensieri alla rincorsa: futuro, berlino, disastri, imprevisti. mi dispiace aver sentito di essere stata in certi momenti solo la metà dell´intero che gli altri vedevano.

io severissima giudice di me stessa, di me non ho avuto pietà.

non sono stati mesi facili e non sto qui a raccontare i motivi che ho racchiuso in qualche foglio di word, che non ho più riaperto. mi han detto che visualizzare le proprie paure sotto forma di parole scritte nero su bianco aiuta a riprendere il contatto con la realtà: me le immagino ora in una bella calligrafia tracciata con la stilografica e l´inchiostro turchese che ho provato l´altro giorno in negozio.

in realtà non l´ho mai fatto.

poi un giorno in bicicletta di notte tra felix e tobi che chiaccherano sulla via di casa ho pensato a quanto può essere semplice la vita. di colpo mi sono sentita di nuovo nelle mie scarpe e soprattutto ho ripreso contatto con la terra.

ho imparato che non porto io tutte le colpe del mondo (era forse gesù?) e che devo imparare ad ingrossare  la mia voce, non per coprire quella altrui ma per sentirla meglio io.

sono passati i tempi in cui berlino era tutta un´avventura, una scoperta giornaliera. ora vedo più limiti e difetti, ma soprattutto, sempre più chiaro, chi non mi ha mai lasciato andare ed è stato sicuro anche per me.

questo blog si prende una pausa di riflessione, come quelle degli amanti indecisi che non sanno come continuare. metto un punto alle 23:32, in uno di quegli orari simmetrici che continuo ad incrociare nelle mie giornate.

 

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Keine Sorgen, tudo passa

La prova che io non sono al cento per cento in questo periodo è che non scrivo da quella volta che, nel giorno di San Valentino, celebravo i miei quattro anni a Berlino.

Da allora è cambiato tutto e non è cambiato niente. Non è cambiato dove e con chi vivo, per fortuna. È cambiato che non sapevo che fosse cosí difficile muoversi quando si è sommersi dalle paure.

La prova che non sono al cento per cento è che da qualche giorno sono tornata dal Portogallo e ancora non ho scritto niente del meraviglioso viaggio che ho fatto per tornare in quella terra adorata e per presentarla finalmente a chi ne aveva solo sentito parlare.

Non ho ancora raccontato dell´euforia della prima notte a Porto dove i gabbiani conversavano per strada e nonostante il buio ho ritrovato i miei riferimenti cittadini. Il nostro primo piccolo obiettivo è stato dirigerci verso la costa per riempirci gli occhi di oceano e onde che si infrangono sulla costa e vecchi, vecchi ovunque: che passeggiano, che lavorano per riparare una terrazza, che giocano a carte proteggendosi da un sole che va e che viene.

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Non ho ancora raccontato della gioia di rivedere Pedro, che quasi non riconosco davanti alla Camara Municipal di Viseu, dove ci siamo incontrati per la prima volta e dove ci piace ritrovarci. È stato bellissimo sentirsi come a casa dopo anni di biglietti di auguri e telefonate alla velocità della luce, sempre con troppo poco tempo per parlare di tutto quello che vorremmo dire. È stato bellissimo trovarsi a tavola, questa volta con due Felix, il mio tedesco e uno portoghese, ad ascoltare musiche perdute e da ritrovare, bevendo gin tonic esageratamente cari, se bevuti nel locale dove li abbiamo pagati. Viseu, città ai più sconosciuta, ora spettrale e vecchia, tu per me rappresenti la sorpresa di incontri inattesi e che cambiano l´esistenza, incontri di gente pura e con il cuore grande di chi dà il giusto peso alle parole che dice.

La natura al nord è cosí verde e rigogliosa che vien voglia di perdersi nelle colline; la pioggia è la benvenuta perché viene da un cielo in subbuglio e non immobile e grigio come quello berlinese.

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Quando ci siamo salutati ci è bastato guardarci negli occhi per capire che non ci perderemo mai, per credere che davvero tutto passa. Passano le tempeste e le insicurezze e la paura di sbagliare sempre e comunque.

La nostra strada verso Lisbona è un percorso a tappe: a Coimbra, a Nazaré, São Martinho do Porto, Obidos dove ci siamo ubriacati con l´azzurro del cielo che si confondeva con le decorazioni delle case; dove la settantenne originaria di Fatima ci ringrazia per l´aiuto datole sulle scale salutandoci con un have a nice day inaspettato; dove ci immaginiamo l´onda più alta del mondo e Felix si butta nell´oceano mentre io – come una suocera – gli ricordo che l´acqua è fredda.

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Arriviamo a Sintra in ritardo rispetto alla tabella di marcia, secondo cui ci immaginavamo a Cabo da Roca. Ci arriviamo con la luce delle spiagge da cui non riuscivamo a staccare gli occhi, immense e deserte, e rimaniamo traumatizzati dal buio della città: il cielo promette solo pensieri e l´ambiente è cupo e misterioso come le leggende del Castello, che nella notte sembra infuocato in cima alla montagna.

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Decidiamo di andare a visitarlo ugualmente il giorno dopo, anche se la mia prima reazione è stata quella di fuggire. Il parco ci assorbe nella sua incredibile bellezza: gli alberi non hanno spazio per cadere e si accomodano su strati di vegetazione silenziosa e rispettosa della nuova compagnia. Tutto è in fiore, rinasce con la primavera: le camelie sono candide e facciamo un´overdose di profumi; i muschi ricoprono le pietre come mantelli delicati tessuti da mani sapienti. Abbraccio un albero intrecciato da cui non mi staccherei mai più, ma non possiamo fermarci: Lisbona ci aspetta e noi non vediamo l´ora di incontrarla.

È Giulia che ci ospita, nella sua Mouraria autentica e sincera come le facce dei vecchi che incrociamo. Da lí partono le nostre esplorazioni urbane tra miradouros, torradas, galões e pesce fritto, tra locali che ci sembrano cosí brutti, se confrontati alla perfezione nordica a cui siamo abituati. Saliamo e scendiamo per le ruas cittadine, vediamo Lisbona da tutte le angolazioni, facciamo una piccola siesta all´ombra del monumento aos descubrimentos, mangiamo alle quattro per ricominciare a farlo dopo poche ore.

Partiamo che è ancora a notte, senza capire dove stiamo andando. Lisbona dall´alto, con le nuvole rosa del sole che sta per sorgere, è commovente. Sopraffatti dal sonno, ci ritroviamo d´un colpo a Berlino e non capiamo se abbiamo sognato o se davvero ci siamo lasciati cullare da un paese sincero e autentico come il Portogallo, che non ci ha mai nascosto la bellezza immensa dell´imperfezione, che per me è come quell´insegna mezza rotta di un ristorante lisboeta: un tempo maestosamente fiero, oggi terribilmente e meravigliosamente nostalgico e rassegnato.

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Che non sono al cento per cento si capisce da come scrivo malinconica queste righe ma questo non riduce la gioia per questo viaggio e per la vicinanza e l´amore che ricevo dalle persone che ne hanno fatto parte.

Allora cerco di contare le tonalità di blu che i miei occhi han visto perché è così che tutto passa. Passa tutto come il brutto tempo e le nuvole nere che se arrivano cosí cariche di pioggia è solo per rendere la natura ancora più verde e poi andarsene via.

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4. Jahr

e come tutti gli anni dal 2011, il giorno di San Valentino festeggio il mio personale anniversario con Berlino.

ma chi lo avrebbe mai detto, penso ancora.

eppure al quarto anno ho la mia famiglia italo-tedesca, riesco a mangiare anch´io salato a colazione e non mi scandalizza più bere il cappuccino fuori dalle ore canoniche.

dopo quattro anni posso contare su amici che so che non mi dimenticano mai e su nuovi, importanti, come i sogni da condividere. in italia, ho sempre chi mi aspetta e una mamma che dice che quattro anni via da casa sono troppi, ma in fondo ormai va bene cosí (per forza, commenterebbe lei).

vivo in una nuova casa in cui mi piace sempre ritornare, in cui non mi stanco di restare anche quando la città sembra che urli che dovrei uscire. ho un fidanzato  che forse pensa che sono un po´panda ma lo lascio fare, perchè lo credo effettivamente anch´io.

lavoro in un negozio bellissimo.  non ho tanti soldi ma tante idee, sí.

mi sembra abbastanza, ad essere sincera, quindi buon anniversario a me!

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ich fühl mich Disco

il cliente austriaco con il dalmata con la bandana al collo è tornato solo per salutarmi. non mi ricordo già il nome ma sabato, mentre gli passavo la carta per il suo regalo, avevamo parlato dell´austria e dell´italia e del mio erasmus a graz che tanto fa ridere il mio biografo ufficiale.

non mi ricordo piú la via di quella casa del 2011, cosí come ho perso i riferimenti del centro della città; dell´accento – che è diverso da quello tedesco – mi ricordo solo che acht (8) si pronuncia ocht: altri esempi non ne so fare.

fabio, il barista a 10 minuti da qui, quando ha visto che non compravo il cioccolatino come al solito, mi ha offerto una fetta di torta al cioccolato e mi ha fatto pure uno sconto sul caffè. lui non lo sapeva che io la torta me l´ero portata da casa perchè ieri sera, quando proprio non riuscivo ad accettare di non essere vicino alla mia famiglia, ho deciso di impastare la torta per la nostra colazione.

non è facile accettare i limiti delle vite che si scelgono. è come quando il pavimento della cucina – che hai appena pulito – si sporca: è tutto perfetto ma manca sempre qualcosa, in questo caso una pellicola trasparente che rimanda al mittente tutte le briciole.

nel film di ieri sera, il protagonista subisce la perdita piú grave della sua vita – sua mamma, che però lo aiuta a trovare un rapporto con il papà. tutto succede con grazia e dolcezza, come nelle vite normali – dove in silenzio si attraversano le tempeste piú paurose.

quando si attraversano le burrasche piú terribili, si pensa di riuscire a non aver piú paura di niente e invece poi torna tutto quello che non ti sei permesso di lasciar uscire allora.

per questo, da lontana, una telefonata ieri non mi è bastata.

a berlino ho desiderato tantissimo di tornare tutte vicine: provarci solo con la mente purtroppo non sono riuscita a farmelo bastare.

cosí oggi ho mangiato due torte e tirato un sospiro di sollievo.

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