die Nacht ist still

la pizza è arrivata, me l’ha ordinata felix da amburgo.

carlo dorme beatamente ma quando suona il campanello, parte il pianto. il ragazzo della consegna mi lancia il cartone nella mano libera e mi molla la coca cola sul pavimento, prova addirittura a dire qualcosa di carino al piccolo urlatore. lascio in fretta e furia una mancia ridicola con una serie di vuoti danke danke danke mentre cerco di calmare il piccolo, che si riaddormenta in quattro e quattr’otto non appena ritorna nel letto.

ecco cos’è la casalinga disperata, quella che poi prende la bottiglia da terra e la ribalta. nonostante questo, la apre e si riempie di schiuma.

la pizza era buonissima, sarebbe stata buonissima anche se il pomodoro fosse stato colorato con il pennarello rosso. lo sarebbe stata anche se mi avessero portato quella sbagliata, anche piena di peperoncino me la sarei mangiata.

ragazzi che giornata!

carlo ha capito che se urla nella tromba delle scale la sua voce diventa amplificata. così, mentre salivo per raggiungere il nostro amato e odiato terzo piano con lui in braccio e lo zaino in spalla, trascinando il passeggino gradino per gradino, ho perso anche un’orecchio.

mamme tedesche, come fate voi a portare tre bambini alla volta mentre andate in bicicletta, con la borsa della spesa e magari sotto la pioggia? me lo spiegate come fate?

adesso dal divano penso che sarà facile fare lo slalom tra i giocattoli di carlo fino al bagno. il tegamino che oggi si trovava smarrito nel cassetto sotto il fasciatoio, anche lui riposa ora sul suo scaffale. la scopa ha smesso di girar per casa e si appoggia stanca al mobile della cucina.

la pallina gialla per oggi non rotola più, i piccoli animali di gomma si godono la siccità della vasca da bagno, la paletta tace sporca di sabbia.

la notte è silenziosa, è fatta per dormire.

 

 

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Handball

ieri Alex, un bambino di 11 anni, mi ha chiesto se per caso sono una giocatrice di pallamano. due secondi prima avevo afferrato con precisione e sicurezza la pallina da lui scaraventata via, nella sabbia del parco giochi.

chi mi conosce personalmente è autorizzato a rileggere, anche tre o quattro volte, quello che ho appena scritto. non ho mai brillato per agilità, non sono una sportiva, sono da sempre una fan del divano. eppure da undici mesi a questa parte sfreccio come una macchina da corsa, uso le ginocchia in sorprendenti flessioni, schivo ostacoli e posso perfino fare due cose contemporaneamente. impastare una torta ed evitare che carlo finisca dentro la lavatrice, per esempio.

nelle ultime settimane mi capita di pensare e rifare azioni che ho già fatto l’anno scorso in questo periodo: ho mangiato l’affogato al caffè in quella pasticceria nella Bergmannstraße, dove l’avevo ordinato con Cristina per aggirare il divieto di assumere troppa caffeina in gravidanza. quest’anno l’ho fatto con mia sorella e con Carlo nel passeggino, perduto in un sonno profondo e probabilmente in altrettanto dolci sogni. quel giorno, quasi un anno fa, avrei poi incontrato Veronica e la sua allora davvero piccolissima Frieda.

da qualche settimana, con l’arrivo dell’estate berlinese, ho rimesso i miei birkenstock blu. li avevo comprati negli ultimi mesi di gravidanza per stare il più comoda possibile, sicuramente condizionata da quei racconti sui piedi gonfi delle donne incinta che sommati al caldo estivo non regalano certo immagini piacevoli. che sorpresa sentire, qualche giorno dopo il parto, quei sandali larghi e ballerini! in questi giorni li indosso di nuovo e penso ad allora, alla magia di quella animalesca e dolcissima attesa.

in questi primi undici mesi sembra che il tempo non possa concedere pause. non ci servirebbero per respirare ma per crogiolarci in ognuno di quei piccoli miracolosi momenti che viviamo anche nella più banale delle giornate.

mi cullerei nella risate buffe, bloccherei il tempo per quel faccino rigonfio di sazietà dopo la prima poppata della sera, mi perderei in quegli occhi, grandi e azzurri, che sorridono al mondo.

eppure, se ci penso lo faccio già: mi difendo con un appunto, con una fotografia scattata di fretta, scrivendo queste quattro righe che pubblico qui.

 

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Hanuta und Eis

sono le 22:40 e sinceramente non avrei voglia di scrivere. proprio come non ho voglia di riordinare i giocattoli, di pulire il tavolo dove carlo ha mangiato e interagito con i suoi fusilli, di sistemare la cucina. non ho voglia soprattutto di stirare quelle benedette tre cose che da tre giorni o anche più giacciono sulla testiera del lettino del nostro piccolo omino.

non avrei voglia di scrivere ma da settimane sento il desiderio di fermare in qualche modo alcuni ricordi e immagini che non devono finire nel dimenticatoio post parto.

per esempio non vorrei scordare che sabato scorso al supermercato ho comprato quel dolcetto che si chiama hanuta (una specie di wafer): l’ultima volta l’avevo mangiato tra una doglia e l’altra e poi chi ci aveva mai più ripensato? l’altra sera invece ho comprato due gelati confezionati al gusto oreo. l’ultima volta che ne avevo avuto voglia era stata quando, incintissima, cercavo di vincere il caldo di giugno mentre lentamente e pesantemente mi dirigevo verso un biergarten senza senso lungo la columbiadamm.

nella frenesia della vita famigliare vorrei non perdere questi e altri piccoli episodi che richiamano altri momenti molto più importanti intrisi di attesa, gioia, paura e curiosità.

ridendo, scherzando e a volte piangendo attraversiamo a velocità supersonica il primo anno di vita del nostro piccolino. corriamo senza sosta tra primi passi, pannolini radioattivi, caos e organizzazioni zoppicanti. incontriamo genitori, osserviamo piccole grandi avventure quotidiane, consoliamo pianti apparentemente inconsolabili.

se potessi convertire in metri i minuti che passo a guardare il mio bambino quando dorme, avrei già fatto cento volte il giro della terra.

è una vita, questa nuova, frenetica e immobile allo stesso tempo, dove si scalpita e ci si crogiola nella tribolata semplicità di giornate stracolme d’amore.

perché è amore folle quello che provo: fa sopportare la stanchezza, è carburante per la pazienza, è motivazione infinita.

è contemplazione della purezza, ricongiungimento con la natura, istinto. sono chilometri macinati per non perdersi neanche un secondo di questo splendore.

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der Himmel, die Liebe und die Palmen

è da una settimana esatta che cerco di scrivere del primo vero viaggio di famiglia della nostra giovane famiglia.

appena tornati avrei voluto raccontare del mare blu come il cielo come l’insegna dello storico bar bosch come la nuova felpina di carlo. avrei voluto descrivere per filo e per segno tutte le facce rugose, scavate dal sole e dal tempo, dei vecchi in vacanza come noi a palma di maiorca: tutti quelli che hanno fatto un sorriso al nostro piccolino, una faccia buffa, uno scherzo e soprattutto quel signore inglese dal viso rosso fluorescente che con un gesto inatteso e sorprendentemente veloce ha immobilizzato per un attimo un piccione, impressionando il nostro carlo, spettatore nel suo passeggino (cecilia, ovvio che ho pensato a te).

è stato un viaggio di prime volte: la mia sull’isola, di carlo coi piedini nel mare, di felix da papà e di me da mamma. abbiamo fatto il pieno di lentezza e colore, di cibo e di gentilezza. abbiamo viaggiato lungo la costa per raggiungere Valldemossa e attraversato la pianura fino a Cala Pi per diventare protagonisti di una cartolina da isola caraibica. abbiamo scovato locali e mangiato ensaimadas.

Valldemossa

Cala Pi

no, non siamo partiti con piani di esplorazione dell’isola. abbiamo assecondato il nostro nuovo stato e ci siamo lasciati comandare dal nostro minuscolo generale. lui ci ha fatto capire quando era ora di andare a letto, quando era meglio fermarsi, quando c’era tempo per un’altra birra al sole.

ci siamo compiaciuti della nostra idea di fare una settimana sull’isola prediletta dai tedeschi e ci siamo riposati dalla sballottante routine a cui ormai ci stiamo abituando.

non è sempre semplice stare ai ritmi del piccolo dittatore; facilissimo è invece trovarsi innamorati persi nel suo sguardo, nel suo buffo modo di comunicare, nell’innocenza infinita della sua semplicità.

ormai diversi anni fa (forse 2006?) a lisbona lessi un manifesto che diceva “o melhor do mundo são as crianças” che scopro adesso essere una citazione di una poesia di Fernando Pessoa, Liberdade. guardando il mio di bambino lo penso anche io e ogni volta che mi tornano in mente queste parole rivedo la mia vecchia io, giovane e inconsapevole, mentre leggo quella frase sotto il cielo portoghese.

un cielo blu come quello maiorchino, da cui non ci volevamo più staccare.

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der Weihnachtsmarkt

così è successo anche a Berlino che un uomo ha praticamente rubato un tir e ha pensato bene di ammazzare un po’ di gente.

quando ieri mi hanno domandato dal nulla se stavo bene, inizialmente non ho capito. la televisione è spenta da quando siamo arrivati da mia mamma, dato che non voglio che carlo si ipnotizzi davanti allo schermo, come se non lo facesse già quando controllo qualcosa al pc o mando delle foto via cellulare.

non appena ho visto la notizia dell’incidente accaduto ieri ho pensato subito a felix, ma lui sta bene, era da tutt’altra parte della città, dove del resto abitiamo. quando l’ho sentito, lui mi ha parlato subito di statistiche: quante probabilità concrete c’erano che si trovasse in un mercatino di Natale? zero. quante probabilità abbiamo tutti noi di morire in un attentato? una su non so quanti milioni. in un incidente stradale? molte di più.

mi sono arrabbiata. magari anche quei 12 che ci hanno lasciato le penne l’altro giorno han ragionato così e invece oggi non ci sono più.

con carlo tra le mie braccia ho pensato piuttosto che forse questo mondo di folli, fanatici e guerrafondai non è un bel regalo da fare.

poi però mi sono tornate alla mente le parole di Gabriele, l’ostetrica che si è presa cura di noi dopo la nascita del mio stupendo bambino. con la sincerità crudele dei tedeschi, un giorno aveva chetato le ansie di mia mamma sul nostro primo viaggio famigliare in aereo, dicendo che la sicurezza ahimè non è controllabile: la vita è così, i bambini sono sempre nati anche durante le guerre, i disastri ambientali e presagi più neri.

già, questo è il mondo in cui abitiamo e ci dobbiamo abituare, senza cedere possibilmente alla paura.

ieri ho detto a felix che ho deciso di voler rimanere ignorante. non mi va di leggere il giornale e sentire programmi idioti alla tv che citano fonti tutt’altro che autorevoli. mi sono rotta dei bla bla bla basati sul niente e di tutti quelli che si uniscono al coro delle banalitá. mio papà mi diceva “un bel tacer non fu mai scritto” e io faccio di tutto per praticare l’insegnamento che si sta dietro, ovvero non parlare per niente.

sinceramente oggi sono arrabbiata. sono arrabbiata ogni volta che leggo di persone che si sentono sopravvissute solo perché non erano a Berlino ieri. non c’ero nemmeno io, ma non per questo l’ho scampata bella: io nel luogo dell’incidente non ci sarei comunque stata, cerchiamo di essere obbiettivi.

certo che ho pensato che un anno fa, incinta, poco prima di tornare in italia per Natale, ero in quel mercatino con giulia. mi era proprio piaciuto, a me che non fanno impazzire i mercatini di Natale; ma questo non fa di me una sopravvissuta oggi.

e ovvio che mi dispiace per quello che è successo. mi dispiace per i morti e che per certi versi si sia spezzato l’incantesimo di una città, grande ma sicura.

ringrazio comunque tutti quelli che mi hanno pensato e scritto, ma, per favore, non accrescete la mia ansia. per favore non ricamiamo su quel che è accaduto.

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der erste Betonmischer

la prima betoniera non si scorda mai.

ho pensato questo quando ieri carlo ha ricevuto la sua prima betoniera, l’affascinante oggetto che tutti i bambini* amano, seme gettato per un futuro prossimo da umarell.

quando ha visto la sua prima betoniera, l’ha toccato con quelle manine svelte ed eleganti e poi, per verificare che il regalo fosse davvero da gradire, l’ha addentata: piccolo megalomane, ti vuoi mangiare una betoniera, ho pensato.

il 3 dicembre di un anno fa, per il mio compleanno, abbiamo visto per la prima volta il profilo del nostro bambino. era una bella giornata di sole e siamo usciti dall’ambulatorio della ginecologa con un sorriso incredulo, quello di chi non è sorpreso ma ha finalmente capito cosa sta per succedere, forse. abbiamo festeggiato con un hamburger che avremmo rimangiato di nuovo solo alla 39esima o 40esima settimana, dopo l’ultima ecografia dalla dottoressa. abbiamo camminato fino a casa, godendoci tutta la luce possibile – fuori e dentro di noi.

i mesi della gravidanza, se guardo indietro, mi sembrano un ricordo lontano. bellissimi giorni di amore per sé stessi, coccole, ansie e sogni. se penso ai primi mesi da mamma, mi sembrano ancora più impalpabili: riguardo le foto di quei giorni e non riesco a ricollegare momenti precisi, solo emozioni travolgenti, stanchezza fisica e sorprese a ciclo continuo.

mi piacerebbe riuscire a raccontare con costanza quello che succede giorno per giorno. vorrei mettermi nella condizione, un domani, di rileggere parole che descrivono le prime bolle di carlo fatte con la bocca, la prima risata nel sonno, il sorriso del suo papà che si è accorto che sta spuntando non uno, bensì due dentini!

mi piacerebbe avere, per ogni giorno trascorso, una foto in più ma anche una in meno. una in più pensando al futuro e una in meno per godersi l’attimo in corso.

no, non è malinconia per un passato vicino. è piuttosto la consapevolezza di un presente splendente da guardare che corre a velocità stratosferica: mentre dorme, mentre muove le gambine senza pausa, mentre prova la prima carota, mentre sorride con le guancine rosse.

la prima betoniera non si scorda mai. adesso è parcheggiata qui, tra i cuscini del letto, in attesa che il suo addentatore si svegli dal pisolino.


*la mia balorda statistica riguarda solo bambini maschi.

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ein Wunder

quando è nato carlo ho pensato di aver capito perché le mamme amano tanto i propri figli.

credevo di aver capito che tutto dipendesse dal fatto che è così tribolato il processo della nascita da rendere il tuo bambino preziosissimo fin da subito: per averlo hai percorso 9 mesi con piccoli o grandi acciacchi, hai modificato il tuo modo di vivere, hai affrontato il parto – con paura o con naturalezza ma comunque con del dolore.

una delle prime sere che carlo ha dormito nel letto con noi, quando l’ho visto nel cuore della notte mi sono chiesta chi fosse. in fin dei conti un figlio – anche se lo aspetti e te lo immagini da un po’ – compare all’improvviso tra te e il tuo compagno, divide e unisce, nessuno dei due lo conosce. ma tu che sei la mamma, devi avere a che fare con lui un po’ di più: questo piccolo ancora sconosciuto ti sveglia la notte, ti tortura i capezzoli, ti urla nelle orecchie – anche se le prime urla sono così dolci che pensi siano una melodia.

nelle prime ore in cui io e carlo siamo stati soli a casa, ci siamo svegliati ascoltando “wonderful life” di Black. una mattina durante la gravidanza felix aveva preparato la colazione e questa musica usciva dalla cucina, così ho pensato che per carlo fosse una buona presentazione della sua famiglia, che ha chiaramente un debole per gli anni ’80.

capire che si è diventate mamme non è una cosa immediata, non credo che lo sia per tutte. è un ruolo nuovo, un lavoro nuovo, e come tutti i nuovi impieghi bisogna prenderci la mano. ti tieni stretta al sedile di un treno che corre veloce e senza destinazione precisa, ma resti incantata ogni giorno dalle meraviglie che ti presenta. mi capita spessissimo di chiamare felix solo per dirgli che siamo fortunati, che è un tesoro quello che abbiamo tra le mani; mi basta guardare carlo che fa un faccino buffo (o anche un bel niente) per ritrovarmi con lo sguardo inebetito colpita da una emozione gigante.

no, non è sempre semplice rivoluzionare la propria vita, non è immediato abbandonare i propri egoismi. e poi bisogna affrontare i fiumi di rigurgiti dei primi mesi, sperare che la lavatrice non ti abbandoni mai, abituarsi alle occhiaie. bisogna pensare a cosa fare del divano non appena il bambino smette di sbavare: forse bruciarlo?
non è nemmeno semplice imparare a dire che non ce la fai, liberare pensieri che nessuno vuole sentire da una mamma, come ammettere che è difficile essere 24 ore su 24 disponibile per qualcuno.

ma sapete una cosa? si riesce a fare tutto, solo diversamente. si riesce a vedere gli amici, a sentirli anche se una volta in meno. si può uscire, magari macchiati di vomito, e farcela anche a mangiare la pizza; ci si continua a lavare, anche se le docce sono più brevi. ci si continua a divertire, addirittura senza bere, e si può sempre leggere il quotidiano, anche se è lì che ti aspetta da un mese.

si ha sempre qualcuno a cui pensare e che probabilmente penserà a te. si impara tutto da capo, attraverso gli occhi di chi sa cosa vuol dire esercitare uno stupore perenne, di chi ti vede come tutto il suo mondo.

insomma, è semplicemente meraviglioso.

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